amici dell'orto

mercoledì, 23 luglio 2008

Il mio orto in 100 metri quadri

                                                                  di Elvira Ortolani

Il mio orto è piccolo e, quando ho cominciato, non si poteva neanche definire un orto.
Era semplicemente una giungla di erba alta e infestanti!
Io e mio marito (soprattutto io) ansiosi di cominciare, ci siamo messi a ripulire un pezzo alla volta.
Appena ripulito un pezzetto, andavamo al vivaio (ora semino io), compravamo le piantine e mettevamo giù.
L'effetto finale fu quello di una grande coperta patchwork: rettangoli sparsi a caso, molto colorati e molto poco organizzati.
Di sera, inciampando ovunque, annaffiavamo tutto con un tubo di gomma.
Nel corso del tempo, la voglia di coltivare sempre più cose e di renderlo sempre più produttivo (ah! ...Il sogno dell'autosufficienza!) mi ha spinto a fare modifiche sostanziali.
Su molti testi consultati veniva consigliato, in caso di orti piccoli, di dividere tutto in parcelle regolari della larghezza di m 1.20, divise da sentieri per il passaggio, in modo da poter raggiungere il centro di ogni aiuola senza calpestare.
Su questi testi si afferma che in questo modo si può usare meno concime, che viene messo solo nelle parcelle a seconda delle esigenze specifiche delle piante che vi sono, piantare più fitto e quindi produrre di più.
Ho deciso di provare!
Ho diviso l'orto nel modo consigliato, inoltre ho comprato dei blocchetti di tufo per fare i sentieri, così potevo andare liberamente nell'orto quando pioveva senza sporcarmi e senza dover usare stivali di gomma.

Mio marito (santo subito!) ha messo l'impianto di irrigazione in ogni parcella, ma ognuna con il suo rubinetto, in modo da poterlo aprire o chiudere a seconda delle esigenze idriche delle piante che vi sono.

In ritagli di terreno che non potevano essere utilizzati, ho messo la consolida, le compostiere e i bidoni per i macerati.

In una aiuola stretta e lunga, all'inizio dell'orto, dove non cresceva nulla perchè il terreno è puro tufo, ho messo le erbe spontanee commestibili.

Per sfruttare ogni possibile spazio, ho piantato dei topinambur lungo il muro di confine con il vicino, dove è sempre un po' ombreggiato e umido e, prossimamente, metterò anche delle viti di uva da tavola lungo il sentiero di accesso principale all'orto. Sfrutto i lati lunghi delle parcelle seminando atreplice  o insalate.
L'atreplice oltre ad essere decorativa e buona, mi aiuta ad evitare ibridazioni se ci sono in parcelle poco distanti, piante della stessa varietà.

Ormai sono più di 2 anni che l'ho "ristrutturato" e devo dire che funziona!
Sono quasi completamente autosufficiente e, a volte, posso anche regalare agli amici le mie verdure.
Questa estate, per la prima volta, ho pacciamato con paglia.
Invito, se possibile, tutti a fare altrettanto.
A parte il risparmio di acqua, non fatico più per togliere le infestanti, da me sempre numerose.
Lo scorso inverno ho anche sperimentato i tunnel.

Li ho messi nelle parcelle che stavano al sole e ho avuto insalate e verdure per tutta la stagione.
Considerando che da me la temperatura è scesa a -10° e che qui in inverno nessuno fa l'orto, a causa del freddo, credo di aver raggiunto un buon risultato!
Aggiungo che il sistema delle parcelle è ottimo per attuare le rotazioni colturali anche se, lo ammetto con vergogna, io ancora non mi ci sono molto impegnata...
Mi sono impegnata di più per verificare le famose "consociazioni".
So che sarò linciata per questa mia affermazione ma...io non ho visto grandi differenze e quindi ormai non me ne preoccupo molto.
L'utilità di fiori come calendule, tagete e borragine, quella sì, l'ho vista!
Sono piena di insetti impollinatori che ronzano ovunque, che attirano molti uccelli che se ne nutrono e pipistrelli.
Il mio orto, dopo tutti questi anni, è molto "vivo" e secondo me anche carino!
Voi che ne dite?


scritto da: yellowkid1 alle ore 12:38 | link | commenti (8)
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venerdì, 18 luglio 2008

I Bannati

Mi scuso se quanto sotto potrà sembrare non attinente all'orto, ma è anche la storia di come è nato questo blog

Tutto è iniziato con una discussione sul forum riservato ai soci di una associazione di Seeds Savers italiani, di cui facevamo parte da alcuni anni. Motivo della discussione la mancata spedizione dell'annuario dei semi messi a disposizione dei soci (dei quali alcuni non collegati via Internet) e del notiziario, anche a fronte di una quota associativa non indifferente. Io già da tempo avevo l'impressione che lo scopo dell'associazione in oggetto non fosse quello di salvare dei semi di varietà a rischio ma di salvare il bilancio personale del presidente, contemporaneamente tesoriere, cassiere e revisore dei conti ed avevo chiesto che si pubblicasse almeno il bilancio 2006, essendo già terminato anche l'esercizio 2007.

Le risposte del presidente tuttofare sono state tali che abbiamo deciso di non rinnovare la tessera ed uscire dall'associazione. Sorvolo sulle meschinità messe in atto dal presidente tuttofare, per arrivare solo al titolo del suo post sul forum aperto a tutti della stessa associazione: Bannati.

Post delirante, che ha fatto ridere alcuni e riflettere altri sulla sua sanità mentale. Che poi noi, i Bannati, ce ne eravamo già andati per conto nostro...

Anzitutto ci siamo ritrovati sul forum di Compagnia del Giardinaggio in cui avevo chiesto e ottenuto una sezione per l'orto, poi per non disperdere le nostre esperienze, amicizie e scambio di semi abbiamo aperto il blog Amici dell'Orto e relativo Gruppo su Google.


E così per un insieme di fatti positivi ci siamo ritrovati, sabato 12 luglio, da Teresio in Lunigiana. Io non avevo intenzione di andare, ero appena tornato dalla vacanza in Corsica e avevo deciso di non usare l'auto sino a fine estate, poi il desiderio di conoscere di persona amici così cari è stato troppo forte ed ho risolto con treno e pernottamento in zona.

Ospiti di un gentilissimo Teresio, che conoscevamo solo per telefono, il gruppo dei Bannati, Adriana, Angelo, Elvira, Paolo e Sofia, si è ritrovato: baci, abbracci, anche qualche lacrimuccia... siamo stati assieme sino a sera, con le nostre famiglie, come se ci conoscessimo da sempre.

Abbiamo pranzato, scambiato semi, visitato l'orto di Teresio con le sue innumerevoli varietà di viti e fragole, in una bella giornata di sole.

 


Elvira (e marito) con Sofia


Angelo (con famiglia) e Teresio


Adriana e figli


La visita dell'orto di Teresio


Lo scambio dei semi

 

Ed infine il sottoscritto, dedito alla sua occupazione preferita.





scritto da: caprettetibetane alle ore 23:37 | link | commenti (6)
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mercoledì, 09 luglio 2008

Varietà di pomodori: Nuits Australes
di Paolo Basso

Si tratta di una varietà di origine australiana, di cui ho ricevuto semi da scambio con amici francesi.
La pianta è mediamente vigorosa, indeterminata, discreta resistenza alla peronospora, discreta anche la produttività.

Il frutto è medio grande, il colore è cioccolato con spalle tendenti al verde, pochi semi, la polpa gustosa e poco acquosa.







Una varietà interessante, un bel colore originale e un nome esotico, notti australi...


scritto da: caprettetibetane alle ore 00:22 | link | commenti (6)
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domenica, 22 giugno 2008

Orto a scuola.

Ieri ci siamo incontrati con i bambini della 3a B della scuola Damilano di Ovada, i loro genitori e le insegnanti, nell’orto dietro all’ospedale vecchio. Nonostante sia già tempo di vacanze i bambini “dovevano”  raccogliere i prodotti delle loro fatiche .

 La stagione è un po’ in ritardo perché è piovuto tutto il mese di maggio e anche nei primi 15 giorni di giugno, quindi abbiamo estirpato le cipolle e alcune piante di patata non del tutto pronte, poi c’erano le bietole e le insalate. E’ presto per i fagiolini ed i fagioli naturalmente.

Per descrivere il nostro lavoro ho preferito portare un po’ di foto, comprese quelle di ieri con il saluto finale e la sorpresa di un omaggio (graditissimo!) alla sottoscritta da parte dei bambini, dei genitori e delle maestre Silvia e Cecilia.

 

semine fine invernoindicazioni per i trapiantiorganizzazione del lavorozappare

semine fine invero 2100_1986pulire le erbacceiniziano a vedersi le insalateavere curagiorno di raccolta con genitorii prodottila divisionemerendaomaggioGrazie a tutti!

 


scritto da: Adriana61 alle ore 10:20 | link | commenti (2)
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mercoledì, 04 giugno 2008

LE ERBE DEL PASSATO: gli Strigoli
di Angelo Passalacqua
 
Famiglia: Cariofillacee
Silene vulgaris (Moench) Garcke
Silene vulgaris (Moench) Garcke subsp.(sottospecie):
           commutata (Guss.) Hajek
           glareosa (Jordan) Marsd.- J. et Turr.
           angustifolia (Miller) Hajek
           prostrata (Gaudin) Sch. et Th.

Silene inflata L.
Silene alba
Silene dioica
 
Nomi comuni: bubbolini, stridoli, erba del cuoco, erba del cucco, pan cucco, carletti, carlini, schioppettini.
 
La Famiglia conta circa trecento specie ed ho citato pochi nomi comuni, dato che i nomi dialettali superano il migliaio...



Si tratta di piante perenni, alcune biennali, con altezza della pianta tra i 30 e gli 80 centimetri, notevole varietà di foglie e portamento. Le foglie lanceolate ed opposte, abbracciano il fusto al nodo, fiori bianchi con calice gonfio e molti semi presenti nella capsula ovoidale (cassula) del frutto.



Teofrasto parla della silene e dal greco antico viene il nome scientifico, lasciandoci il dubbio se provenga da "sialon", saliva (alcune varietà presentano una "bava" all'interno della infiorescenza) o dal mitico dio Sileno e la sua grossa pancia rotonda che ci rimanda alla forma del frutto.
Poi inizia un lungo periodo di oblio per la silene che non viene citata né dal medico-erborista Castore Durante né vi è traccia nei libri in cui il naturalista Costanzo Felici descrisse le erbe commestibili spontanee. Idem per Pierre Lieutaghi e "le livre des bonne herbes". Seri studi iniziati nel 1995 hanno confermato che si tratta di un vero cibo-farmaco, dalle notevoli proprietà rimineralizzanti ed immunomodulatorie, ricco di silenosidi, polisaccaridi pectinici e saponine.
 
La silene è conosciutissima in tutta Italia ed ogni luogo ha il suo nome e relativi aneddoti. Stridolo, da stridere, ricorda il suono della pianta stropicciata tra le mani; strigolo rimanda alle onnipresenti streghe (era compito delle donne la raccolta e gli usi vari delle erbe...); erba schioppettina perché nessuno, bambino o no, resiste a scoppiarne i frutti...
Più curiosità suscita "cavoli della comare", rammentante il brusio delle pettegoli camari impiccioni ed "ammazzamogli", che rimanda al fenomeno del "restringimento" degli strigoli nella padella di cottura, dando prova al marito tradito della cuoca che "l'amante" si sia servito per primo...
 
Molto particolare la fioritura notturna che associa  il nome della pianta a Selene, la dea-Luna greca (Per i più esperti ed amanti delle lingue morte ricordo che Artemide e le sue artemisie è altro discorso...), i profumati fiori sono impollinati da farfalle notturne. Se trovate qualche bruco sappiate trattarsi della bella farfalla Hadena confusa, che vive in simbiosi con la silene.
 
Mi astengo dal fornire ricette, sono sicuro sia inutile perchè il delicatissimo sapore della silene è apprezzato  e conosciuto ovunque. A voi il compito di scrivere di zuppe, frittate e ripieni...
Può un pugliese-lucano citare preboggion, minestrella di gallicano e pistic?

scritto da: caprettetibetane alle ore 23:19 | link | commenti (20)
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martedì, 13 maggio 2008

Le erbe del passato
di Angelo Passalacqua

"Su di un lato il terreno saliva leggermente,culminando in una piccola pietraia. Quel punto non aveva mai conosciuto intervento umano,da secoli. Era pieno di cardi,felci,rucola,cicorielle,rosmarino,frammisti a piante a me sconosciute. L'anziana contadina di Melendugno raccolse una pianta a metà fra un cardo e una cicoriella"questa è la carcondrìscena"e cominciò a togliere via via le foglie,lasciando solo il gambo centrale.Un lavoro di rarefatta sapienza e pazienza,per ricavare un piattino di "cicoria".Che però,una volta gustata,ebbe l'effetto di un viaggio a ritroso nel tempo.Tanto i sapori possono uguagliare il potere evocativo delle  parole.
"Carcondrìscena","ulussiu","paparine","cantarinula".Marasciuoli,zanguni, sanàpi,lampascioni e tante altre...
Sono le piante selvatiche,commestibili,che la gente dei campi sapeva riconoscere e raccoglieva abitualmente.

C'è ancora qualcuno che va perlustrando i prati nelle periferie delle città,in certe mattine domenicali,in certi pomeriggi d'inverno così miti,con borsa o panierino,per raccogliere di queste erbe del passato.Figure insolite:niente tute,niente eskimo,look rassicurante,da "avant le dèluge", sagome lente,innocenti,circondate da bimbi,da cani,che sciamano all'intorno,felici.Nell'epoca dei veleni
delle esalazioni di piombo,di anidride
carbonica,dell'uranio impoverito,della mucca pazza,che sia questa la strada da percorrere,in grado di restituire all'uomo il piacere della tavola,il piacere della vita?"

Queste sono parole di una valente scrittrice pugliese di Lecce, Rina Durante, che si occupa anche di ricerca antropologica e storia del cibo.
Se vi farà piacere avevo intenzione di scrivere di queste piante selvatiche e di biodiversità pugliese ma vi avviso che non sarò breve...

BARBA DI BECCO
 
Famiglia: Asteracee (Composite)
Tragopogon pratensis L.
      "           porrifolius L
      "           porrifolius L. subsp.australis (Jordan) Br.Bl
      "           porrifolius L. subsp. cupani (Guss.) Pign.
      "           dubius
 
Nomi comuni:baciapreti, salsefica, barba di becco comune, barba di becco violetta, raperonzolo selvatico, scorzobianca selvatica.


 
Il nome di questa pianta deriva dal greco e sta per barba di caprone e se osservate la pianta col "pappo" fiorito vedrete che, effettivamente, ricorda il muso di capra coi semi piumati a mò di barbetta.


 




La descrizione botanica parla di una sola pianta che può essere annuale, biennale e perenne; che può avere il fiore tipico della specie, di colore giallo ma anche con fiore violetto; fa distinzione fra presenza riservata al centro-sud di Italia per la barba di becco violetta e quella comune al centro-nord. A mio parere, non è così. Pur riconoscendo che le varietà sono indistinguibili in assenza di fiore, credo sia più corretto dividere le varietà, la pratensis con fiore giallo, annuale o perenne e la porrifolius ("a foglia di aglio"), con fiore violetto, biennale. Io parlo di quest'ultima.
La pianta ha radice verticale, scende in profondità mentre la parte aerea è simile a quella dell'aglio, le foglie basali sono lineari e divise longitudinalmente,la parte iniziale delle foglie abbraccia il fusto esile della pianta, piegandosi alla punta. Fiorisce in Maggio-Giugno, il fiore è ermafrodita e di colore rosso-viola. Il vistoso pappo fiorale contiene una trentina di semi lunghi, rigidi con peli setosi in cima.
Dalla pianta spontanea, presente in tutta Italia, è stata selezionata una varietà coltivata, con grossa radice, detta la Scorzobianca. Le prime notizie di questa coltivazione risalgono al XVI secolo mentre il T. pratensis era attivamente coltivato in Inghilterra fino al 1900 circa.
 
La medicina popolare vede l'uso della pianta in decotti con proprietà depurative, utili per calmare la tosse e curare la pleurite. La presenza di inulina, in ottima quantità, nella radice dà il via libera a chi, come i diabetici, deve tenere sotto controllo la glicemia.
 
L'uso culinario vede l'uso di foglie tenere crude in insalata; foglie, fusti e germogli cotti, lessati e conditi con olio e sale
oppure in gustose frittate; la radice lessata, affettata a rondelle e condita è una vera leccornia!

"Le sue radice al tempo dell'inverno vole servire nel'insalate,per essere assai dolce e gustevole."
  Costanzo Felici
                                              
Parlo di uso nella mia zona, letture varie mi riportano di medesime modalità culinarie anche in Piemonte, lessata e condita con burro; presente nella torta pasqualina, assieme ad altre 8 erbe. Ma anche nelle Marche, Abruzzo, Lazio e Sicilia...Quindi non sono io il più indicato a parlarne, a voi la parola!
 
Se volete coltivare la barba di becco potete procurarvi i semi dalle piante spontanee, con estrema facilità. Interessante curiosità il fiore, ben aperto al mattino che si chiude al mezzodì...
La semina và effettuata in autunno o in primavera, il seme va appena coperto di terra, come avviene "naturalmente".
Raccomandazione inutile, credo...Ricordate che se partite dal seme la radice potrete raccoglierla non prima del secondo anno.
 
Riso alla barba di becco
 
Barba di becco 300 grammi, riso 300 grammi, brodo 1 litro, burro 50 grammi, cipolla 1, olio, parmigiano, matricaria.
 
Lessare la barba e aggiungerla alla cipolla tritata, all'olio ed a una parte del burro, soffriggendo lentamente. Si aggiunga poi il riso e il brodo, salando e rimescolando. Togliere a cottura e cospargere con formaggio grattugiato. A piacere, pochissima matricaria tritata darà un'aroma particolare, appena amarognolo.
 
Radice di barba di becco al sugo
 
Radice di barba di becco, sugo di carne, timo, olio, pamigiano, sale.
 
Pulire bene le radici. Tagliarle in dischetti sottili che verranno fritti in olio, con sale e timo. Si uniscano al sugo di carne facendo cuocere a fuoco lento fino a cottura. Aggiungere infine il parmigiano prima di servire.
 
Barbe di becco gratinate
 
Germogli di barba di becco, besciamella, prosciutto crudo, formaggio fresco
 
Scegliere i germogli più sani privandoli delle foglie appassite e lessarli in acqua salata.In una pirofila imburrata si deporranno vicini, a coprire tutto il piano. Posarvi sopra sottili fette di prosciutto e fettine di formaggio. Eventualmente fare un'altro strato nella stessa maniera. Su tutto verrà versata la besciamella e si infornerà fino a doratura.

scritto da: caprettetibetane alle ore 00:16 | link | commenti (32)
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venerdì, 09 maggio 2008

Esperimenti a scuola



Ho portato solo alcune foto per raccontare che il nostro lavoro prosegue...Il mese di aprile è stato molto piovoso  e siamo andati poche volte nell'orto, ma adesso .. eccoci qui!

aprile maggio 2008 062
aprile maggio 2008 027
Quando c'è scirocco,  in questo zona  particolare di Ovada, non si riesce a stare in piedi....

aprile maggio 2008 025E' ancora presto per vedere e raccogliere qualcosa, di notte fa freddo

aprile maggio 2008 061

Però la salvia trapiantata l'anno scorso ora è proprio grande e sta per fiorire

aprile maggio 2008 064Ancora uno scorcio, gli orti sono in tutto 11

aprile maggio 2008 066
Ciao a tutti.
Adriana











scritto da: Adriana61 alle ore 22:30 | link | commenti (3)
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Pizzica!

pepe 

 PIZZICA!

di Giampiero

 

Il povero Cris- toforo Colom- bo ne fu con- vinto per tutta la vita: lui aveva trovato una strada, anzi un'autostrada (dati i tempi), che portava dritto dritto alle Indie, da dove sgorgavano o sarebbero sgorgati a cornucopia tesori inestimabili. Era appena sbarcato e già Colombo guatava con occhietto goloso alla ricerca di un qualche cosuccia almeno, così, tanto per portarla al re come souvenir: oro, pietre preziose, spezie. E lì roba ce n'è. Gongolante l'ammi- raglio annota nel suo diario: “...vi si trova anche molto Aji, che è il loro pepe, di una qualità più pregiata del pepe e tutta la gente non mangia senza quello, trovandolo molto salutare. Nell' Hispaniola se ne possono caricare cinquanta caravelle ogni anno”. Ragazzi, qui c'è il business! E' stato un affarone venire fin qui! Pepe! Certo, c'era anche oro, ma il pepe non era quotato moltissimo meno: era la spezia più amata e richiesta; addirittura decime e tasse venivano pagate spesso con sacchetti di pepe. Oltretutto rapidamente si scopre che nel nuovo mondo c'è più di un tipo di Pepe d'India, persino “...ve n'è alcuna spetie di asci , che si può il suo frutto mangiar crudo e non mordica” (G.F. D'Oviedo XVI sec.). Ma l'affare sfumò presto: la quotazione del Pepe d'India fu quasi travolta dal suo stesso successo. Giunto nel 1514 in Europa, in pochi anni era diffuso, usato e, sopratutto, coltivato dovunque il clima lo permettesse. Si può dire che il Pepe d'India aveva trovato il terreno già preparato dal Pepe: fu subito accettato dovunque e senza tutta quella sospettosità che circondò per secoli la patata, il mais o il pomodoro. Già alla metà del XVI secolo Matthioli (vedi l'immagine a corredo del post, tratta da un suo trattato) parlava del Pepe d'India come “...fatto horamai per tutti volgare”. A questo successo concorsero indubbiamente diversi fattori: facilità di coltivazione, immediata “riconoscibilità” (o confusione) con il già notissimo Pepe, possibilità per chiunque di accedere finalmente ad una spezia prima appannaggio di ceti elevati. C'è però qualche studioso che ha fatto notare un'altra cosa: il Pepe d'India (ma è arrivato il momento di cominciare a chiamarlo Peperoncino...) era una spezia, un' aggiunta, non un vero e proprio alimento. Era, cioè, una gradita variazione sul tema unico del più diffuso modello alimentare dell'epoca, modello che era fondamentalmente a base di grano e legumi. Questo modello alimentare sarà stato anche un po' noioso, ma, bene o male, funzionava e la recente rivalutazione della pasta e fagioli come “pasto completo, che non fa neanche ingrassare più di tanto” ne è forse una conferma. Ora....: perchè abbandonare la via vecchia per la nuova? Perchè sperimentare nuove colture (per altro dateci da selvaggi...) se per ora siamo riusciti a sopravvivere con granaglie e legumi? Ben venga il peperoncino, con la sua frustata di novità, ma seminare peperoni dolci invece che fagioli, beh... questo è un altro discorso.

Non sono certo un esperto del campo, ma mi sembra che buona parte dei nostri amati ortaggi (tipici o meno) non possono dirsi un mix ideale dal punto di vista dell'efficienza nutritiva, della quantità di elementi nutritivi (calorie, proteine, vitamine, etc.) ottenuti con una data quantità di energie e mezzi investiti. Mi sembra di aver notato che solo nel corso del XIX secolo si afferma l' orticoltura così come oggi noi la conosciamo, quasi parallelamente al salto in avanti fatto dai sistemi di produzione agricoli ed alla creazione di un “mercato del superfluo alimentare” che potrebbe aver consentito l'estendersi di coltivazioni “gastronomiche” (coltivate, cioè, più per il gusto che per la sopravvivenza) e non solo “nutrienti”.

In questo quadro la Rivoluzione Industriale, la nascita dei moderni nazionalismi e delle cucine "tipiche", l'urbanizzazione (con la sua “nostalgia della campagna”), avrebbero tenuto a battesimo quello che oggi viene recepito come un' anti-industriale agricoltura.

Dico queste cose con un consapevole grado di azzardo, non essendo, ripeto, un esperto o uno studioso. Ritengo però che questa mia un po' azzardata “provocazione” potrebbe far nascere un interessante scambio di opinioni ed informazioni.


scritto da: giam alle ore 13:13 | link | commenti (6)
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giovedì, 24 aprile 2008

Insolite (per me) conserve primaverili
di Claudia M.

La settimana scorsa aprendo il frigorifero ho trovato una cosa che davvero non immaginavo di poterci trovare: un barattolo di marmellata di ciliegie.
"Marmellata di ciliegie? Non abbiamo un albero di ciliegie".
"No, abbiamo finito la marmellata e l’ho comperata, ma non è buona..."
Di più: è decisamente orrenda.
Aver finito la marmellata è cosa strana, non usiamo molta marmellata, ma l’anno scorso non abbiamo potuto raccogliere frutta come negli anni precedenti.
Che fare, continuare con quella orrenda?
Affacciandomi alla finestra per trarre ispirazione dalle sparute presenze nell’orto e del giardino, ho notato grandi macchie tarassaco in fiore e ho immediatamente deciso che poteva partire il mio primo esperimento.




Ho raccolto i fiori ben aperti, li ho risciacquati, ho strappato tutti i petali gialli e li ho messi in una pentola con la parte gialla della buccia di un'arancia e la polpa di due arance.
Ho frullato il tutto con un frullatore a immersione e ho portato a cottura, aggiungendo quasi alla fine un po' di zucchero (tutto a occhio).
Direi che non è venuta male, ma la quantità è stata molto modesta.
Dopo qualche giorno ho ripetuto l'esperimento aggiungendo una mela prima di frullare il tutto, ma devo dire che la preferisco senza mela.
Ho anche trovato molti boccioli di tarassaco ancora perfettamente chiusi, li ho scottati in acqua con un pochino di sale e aceto e dopo averli asciugati perfettamente li ho messi poi sott'olio. Forse dovevano stagionare un po' di più, ma io volevo capire se valeva la pena riprovarci e li ho trovati ottimi.
Questo sono sicura che altri lo fanno per abitudine.

Vista la modesta quantità di marmellata di fiori di tarassaco prodotta, ho cercato qualche altra idea, e girellando nell'orto, la mia attenzione è stata catturata dalle foglie profumate del finocchio.
Ho preso le foglie più giovani e tenere, ho scartato i gambi tenendo solo gli "aghetti".
Per il resto, stesso procedimento usato per i fiori: buccia e polpa di arancia, una frullata direttamente in pentola e un pochino di zucchero a cottura quasi terminata.
Non ho ritenuto necessario aggiungere una grande quantità di zucchero perché la pochissima marmellata prodotta era destinata ad un consumo immediato.
Mi piacerebbe sapere se qualcun altro si dedica a conserve primaverili e con quali prodotti.
Claudia

scritto da: caprettetibetane alle ore 00:53 | link | commenti (16)
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mercoledì, 23 aprile 2008

Bancale riscaldato parte seconda
di Paolo Basso

Le condizioni climatiche non sono ancora adatte a mettere in piena terra le piante di pomodoro, l'inverno non è stato freddo, ma la primavera non vuole ancora arrivare. In questa settimana pioggia e sole si sono alternati, ma le temperature minime sono ancora sui 10°.
Inutile trapiantare le piantine visto che in serra fredda sono al riparo da vento e acqua e possono ancora crescere in attesa di tempi migliori. Utilizzando bicchierini trasparenti posso anche controllare meglio lo stato delle radici che per ora hanno ancora spazio per crescere.



I vasetti sono in una zona non riscaldata del bancale, proprio per adattarsi al prossimo trapianto, mentre nello spazio riscaldato ho seminato altre varietà di pomodori, da salsa e altri di varietà da provare ricevuti da scambi.

Nei contenitori a sei vani metto due semi per vano, distanziati in modo che se germinano entrambi posso separarli per il trapianto nei vasetti.



Le zucche e i meloni invece li ho seminati direttamente in vasetto, in un settore riscaldato, anche se grazie al termostato di giorno col sole la resistenza non consuma corrente.

I miei semi, trombette di Albenga ed altre simili sono germogliate subito con regolarità, i meloni ricevuti da scambi invece sono di germinazione più irregolare, anche se alla fine stanno spuntando tutti.



Le tre piantine dagli enormi cotiledoni sono di cayote (cucurbita ficifolia) detta anche zucca del Siam, per prova ho tolto delicatamente il guscio del seme, poichè lo scorso anno avevano germinato con ritardo. In sei giorni sono germogliati ed ora, dopo 10 giorni, stanno facendo la fogliolina vera e le radici sono uscite dal vaso nella ghiaia sottostante. Dei mostri vegetali, da trapiantare al più presto.

E' una zucca molto vigorosa, bisognosa di molto spazio, in compenso resistente al freddo, lo scorso anno ha vegetato tutto l'inverno nella serra parzialmente scoperta e ha fatto zucchette più che buone. Dovevo impollinare manualmente i fiori, non essendoci insetti, ma ha fruttificato tutto l'inverno. Le zucche grosse in Argentina le usano per fare una marmellata tradizionale dopo averle cotte nel forno.


scritto da: caprettetibetane alle ore 00:28 | link | commenti (4)
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